Al fine di individuare il carattere che più d’altri differenzia una civiltà moderna rispetto ad una società di stampo tradizionale, è imprescindibile risalire alla diversa accezione della realtà delle cose che esse due assumono. L’immagine della realtà che è propria all’uomo moderno non va oltre il mondo dei corpi che si muovono nello spazio e nel tempo, che sono dunque visibili, tangibili e studiabili nelle loro prerogative attraverso dei metodi scientifici. Ciò che vada oltre questo sistema di credenze, è fuori dalla propria concezione del reale e viene automaticamente ascritto alla categoria del dogma religioso; elemento che fatica sempre più ad integrarsi in un mondo che procede diritto verso l’ateismo e rischia oramai di venir relegato, nell’immaginario collettivo, come pura superstizione, se non addirittura folclore. Diametralmente opposta la forma mentis dell’uomo tradizionale, concepiva una natura duale della vita, composta dal mondo mortale e dal mondo dell’immortalità, una dimensione fisica ed una metafisica. Forma mentis che accomunava popoli del passato delle più disparate latitudini e si manifestava nei modi più appropriati alle diverse specificità culturali d’ognuno di essi. Questo spunto proviene dalle pagine di “Rivola contro il mondo moderno” di Julius Evola: «Il mondo tradizionale conobbe questi due grandi poli dell’esistenza, e le vie che dall’uno conducono all’altro. Conobbe la spiritualità come ciò che sta di là sia da vita che da morte. Conobbe che l’esistenza esterna è nulla, se non è un’approssimazione verso il sopramondo… Un mondo tradizionale conobbe la Divinità Regale. Conobbe l’atto del transito: la Iniziazione – le due grandi vie dell’approssimazione: l’Azione eroica e la Contemplazione – la mediazione: il Rito – il grande sostegno: La Legge tradizionale, la Casta – il simbolo terreno: l’Impero». Questa premessa è necessaria per comprendere come il concetto di “progresso” si riduce ad un mero decadimento della società ad una dimensione materialista della vita, soppiantando così una concezione più vasta della realtà che non si soffermava al solo apprendimento sensibile, al rozzo fattore fisico; bensì apriva gli orizzonti dell’uomo verso l’alto, verso la vastità infinita ed apparentemente imperscrutabile dei cieli, diramandoli sui binari di tre diversi metodi percettivi: corpo, anima e spirito. Riaffermare questi principi tradizionali è volontà di ogni comunità, tribù, stato, gerarchicamente ordinati e organicamente disciplinati, cementati da una concezione che trascenda i diversi individualismi ed esalti al contrario il mito del cameratismo, la comunione fideistica di un sentire radicalizzato nel cuore di ogni aderente. Il Rito, nelle sue diverse sfaccettature: ordinato, commosso, disciplinato, austero dei suoi cerimoniali, distingue i fascismi del secolo scorso dal brulicame scomposto ed ingiuriante che si abbina alle adunate oceaniche richiamate dai moderni sindacati o dai partiti di massa. Ci è utile, per comprendere il nesso fondamentale tra concezione metafisica della realtà e ritualità fascista, questo estratto da “Essenza mistica del fascismo totalitario” di Luca Fantini: «...La guerra, per il futuro duce, fu certamente un'esperienza decisiva: in qualsiasi senso, spirituale, morale, politico. Mai, non a caso, dal cuore e dalla mente di Mussolini - come lui stesso poi narrerà - potè poi svanire, nel successivo cammino, l'immagine dei camerati caduti al fronte: con essi, con tutti i patrioti caduti, Mussolini, una volta tornato dalle trincee e finita ormai la guerra, volle stabilire una simbolica comunione del sangue, un effettivo rito di rigorosa aderenza alle forze metafisiche sprigionate dai caduti nel momento dell'estremo sacrificio...».La massima espressione del Rito si manifesta dunque durante il Fascismo attraverso la liturgia funeraria dei caduti. Una sfilata rigorosamente silenziosa ed austera, scandita solo dal rullo ritmato di tamburi e tinta da gagliardetti a lutto, passava le vie della città e culminava con l’orazione funebre, l’inquadramento degli squadristi davanti al feretro, l’appello ai fascisti morti a cui si rispondeva in coro “presente!”, accompagnato dal braccio destro alzato, teso a salutare romanamente l’ascesi del camerata oltre la dimensione terrena. Dopodichè, a comando, gli squadristi si inginocchiavano al cospetto del feretro; all’ordine di alzarsi veniva pronunciato il nome del morto accompagnato dal grido guerriero dannunziano “alalà”. Il Rito funebre sancisce così un passaggio da parte del caduto alla dimensione dell’immortalità, imprimendo indelebilmente il suo nome nell’ideale effigie che sormonta la lotta dei suoi camerati, il principio patriottico e superindividuale che ne muove le gesta. A tal riguardo, sempre dal libro di Luca Fantini, Il Duce a proposito dell’estremo sacrificio di Filippo Corridoni: «...Si vuole che nei primi tempi del cristianesimo i fedeli del Nazzareno si comunicassero non col pane ma col sangue. Ognuno si incideva le carni in direzione del cuore; e il sangue veniva raccolto in un calice solo che passava di labbro in labbro. Anche noi, in nome dei nostri morti, vogliamo praticare la comunione del sangue. Noi l'abbiamo raccolto il sangue che i nostri amici a mille e a mille hanno versato senza paura e senza rimpianto. E' sangue della migliore giovinezza d'Italia: sangue latino. Noi guardiamo in alto. Guardiamo a Filippo Corridoni. Non lo sentimmo mai così vivo, così presente alla nostra ingrata fatica. La sua effigie ci guarda in silenzio. Ma noi prendiamo quel cuore, noi dissuggelliamo quelle labbra, noi strappiamo l'anima alla corruzione delle materie; chiediamo alla morte il grido della vita, e lo scagliamo in faccia a quelli che meditano il tradimento. Non si getta il fardello prima di avere toccato la meta. Non si tradiscono i morti... ». Queste parole così fortemente appassionate, testimonianza di un animo avvolto da coscienza mistica, sono estremamente indicative a rappresentare la connotazione tradizionale del movimento fascista: il suo essere altro rispetto alla cosiddetta civiltà del progresso, il suo riferirsi a elementi che trovano riscontri storici fin dalle epoche ancestrali e si proiettano come luci tra le tenebre nel XX secolo ad infiammare i cuori di quanto vogliano accoglierne la sacralità. Altrettanto indicativa la descrizione che lo stesso Luca Fantini fa nel suo libro a proposito della Mostra della Rivoluzione Fascista dedicata ai martiri: «...Il Sacrario dei Martiri era concepito dallo spiritualismo fascista come l'Altare del sacrificio di centinaia e centinaia di camicie nere, cadute nel combattimento o per vile imboscata; il sacrario esaltava il martirio dei Caduti nei giorni della 'vigilia', in quelli della Rivoluzione ed in quelli dell'insurrezione, sacrificatisi per difendere la vittoriosa avanzata fascista: Il Fascismo conferisce al sacrificio dei Caduti il regno più alto che lo corona di immortalità. La gloria ed il martirio vanno oltre la persona e l'episodio, per divenire simbolo sacro della capacità di sacrificio di una razza, della certezza futura, difesa e garantita dallo spirito invincibile dei Morti. Gli architetti Adalberto Libera ed Antonio Valente hanno saputo ben conferire a questo Sacrario dei Martiri quel senso di misticismo guerriero che ispirò i Martiri stessi nell'impeto in cui trovarono la morte». Il Rito dunque, inteso tradizionalmente: non come mero gesto abitudinario, privo di adesione interiore, spirituale, svuotato del suo profondo ed originario significato, che si adagia passivamente nel folclore dei moderni, buono soltanto per stuzzicare l’interesse annoiato di estranei in cerca di curiosità stravaganti. Il Rito come atto di comunione, come adesione ad un impegno che trova coscienza e convinzione per mezzo di una funzione liturgica. Un grido: “Presente!”, che scuote i silenzi e gli animi dei partecipanti, perpetuando l’Idea attraverso il tempo, sebbene la secolarizzazione della società, nonostante lo sprofondare verso gli abissi del materialismo da parte dei suoi accoliti che ci contornano, si, nel quotidiano, ma senza mai avvolgerci nella loro miseria. Cantavano i Londinium SPQR a proposito del Rito: “Le file sono schierate,/ la piazza che ascolta in silenzio,/ abbiamo acceso le torce ma l’importante è cogliere il senso./ Stanotte la piazza si ferma,/ sono passati vent’anni,/ ma non basta gridare un nome nemmeno facendolo tutti gli anni. Il mito si incarna nella lotta!”.
Tratto da: assculturalezenit.spaces.live.com
ESERCITO DI LIBERAZIONE KAREN CONTRATTACCA NELLA ZONA DI MU AYE PU. ASSALTATE DUE BARCHE DI PARTIGIANI MONDIALISTI SUL FIUME MOEI. UCCISO L'ASSASSINO DEL SEGRETARIO GENERALE DELLA KNU, PADOH MAHN SHAH.
E' quello che serve per garantire un futuro al popolo Karen.
Le “energiche” pressioni degli organismi internazionali sul regime birmano affinché sospenda l’opera di repressione contro il popolo Karen hanno prodotto i risultati previsti. Con la consueta, totale indifferenza nei confronti di appelli e raccomandazioni provenienti dalle assemblee del Palazzo di Vetro e di Strasburgo, i generali birmani hanno intensificato le operazioni militari nello Stato Karen, travolgendo la 7° Brigata dell’Esercitodi Liberazione e provocando la distruzione di villaggi, ospedali, scuole.6.000 civili hanno precipitosamente lasciato l’area dei combattimenti, concentrati neldistretto di Pa-an, hanno attraversato il fiume Moei raggiungendo la riva tailandese, e vivono ora senza alcun sostegno in rifugi di fortuna. Le autorità tailandesi hanno già intimato ai profughi di rientrare immediatamente in Birmania: se questo rientro avvenisse, i civili sarebbero esposti alle violenze dell’esercito di occupazione e dei suoi cani da guardia, le milizie di narcotrafficanti Karen che hanno stretto patti con la giunta militare. Questi partigiani, servi degli occupanti, aguzzini del loro stesso popolo, catturano i civili per costringerli a trasportare armi e munizioni per conto dell’esercito birmano, e sempre più numerose sono le segnalazioni dell’utilizzo dei profughi come “sminatori” forzati, costretti a camminare davanti alle colonne di soldati per far brillare i numerosi ordigni nascosti nel terreno. Qualche giorno fa, due giovani donne Karen erano state violentate ed uccise nel villaggio di Kwee Law Plo dai soldati di Rangoon nel pieno dell’offensiva contro Pa-an. Naw Pay, 18 anni, era all’ottavo mese di gravidanza. Naw Wah Lah, 17 anni, era madre di un bambino di sei mesi. I soldati responsabili dei delitti fanno parte del 205° Battaglione di Fanteria Leggera, guidato dal Tenente Colonnello Than Hteh e dal Capitano Kyi Myo Thant. Paradossi apparenti di prove di democrazia: nel 2010 il regime birmano ha promesso elezioni politiche. Sebbene vincolata da decine di condizioni che non permetteranno in alcun modo di estromettere i militari dalla vita politica del paese, la “competizione elettorale” sembra aver messo il prurito ai democratici del globo. Si guarda con ottimismo alla possibile evoluzione del paese delle mille pagode. Così, diventa imperativo per la gerontocrazia corrotta di Rangoon, amica di Cinesi, Israeliani, Indiani e di manager incravattati di centinaia di aziende occidentali, disfarsi delle ultime sacche di resistenza, che potrebbero un domani guastare l’immagine di un paese avviato verso l’apertura ad un sistema multipartitico.
Ancora una volta lanciamo un appello ai nostri sostenitori perché ci facciano arrivare il loro concreto aiuto economico: ogni donazione sarà utilizzata interamente per acquistare generi di prima necessità per i profughi che hanno dovuto abbandonare i villaggi. Questo genere di aiuto incide direttamente sulle capacità di lotta dei patrioti Karen: non dovendosi preoccupare dell’emergenza profughi, l’organizzazione della resistenza potrà utilizzare le risorse così risparmiate per procurare ai suoi volontari rifornimenti per continuare a contrastare l’offensiva in corso. L’ipocrisia non ferma i fucili degli occupanti, nell’infamia dei partigiani. Chi crede al diritto di difendere il proprio paese, i propri figli e le proprie donne non ha che una scelta.
L'Associazione Culturale Tyr Perugia ha organizzato per domani sera una cena benefit per la Comunità Solidarista Popoli, tutti i proventi verranno inviati a loro. Chiunque fosse interessato può scriverci a: controventopg@libero.it
Finanza, Sindacati, Lavoratori, Stato, chi sono i responsabili della crisi?

Il `popolino´ è sempre ben accondiscendente e silenzioso. Massificato dalla società, l'individuo si mischia nel "gregge delle pecore" invece di cercare il "branco di Lupi". Questo avviene da tempo a Perugia, in Italia e nel resto del mondo. Milioni di persone che ogni giorno fanno le stesse cose, ascoltano la stessa musica, vestono le solite marche, usano termini fuori dalla loro lingua d´origine per sentirsi alla moda e, tra una puntata del grande fratello o la nuova invenzione di `faccialibro´, ingurgitano qualcosa di pseudo commestibile comprato nei grandi circuiti multinazionali americani. Di rado si `svegliano´ e gridano allo scandalo nel momento in cui sentono parlare di aggressioni, stupri e risse con tanto di coltelli che sembrano sciabole. Benvenuti nella realtà!
Da tempo la nostra città è in balia di bande criminali che usano come campo di battaglia le nostre strade e utilizzano i nostri quartieri come mercati per trafficare le sostanze che imbambolano i nostri giovani. Non di molto tempo fa è la notizia dell´ennesimo parapiglia in centro, in pieno giorno, scatenato da extracomunitari e che ha coinvolto inevitabilmente turisti e cittadini perugini che impauriti scappavano a destra e a manca. Quotidianamente, oltre al centro storico, sono interessati da questi "fenomeni" molti altri quartieri, periferici e non; basti pensare alle risse con tanto di omicidi in Piazza del Bacio o alla situazione disastrosa di Via della Pallotta. Zone invivibili dove dilagano inevitabili paure che portano i residenti ad andarsene, i turisti a non tornare e gli studenti a cercare altre città dove poter studiare e cercare un proprio "accesso al futuro".
In questi giorni abbiamo assistito, insieme ad altre scene come quelle sopra descritte, alla campagna elettorale per le amministrative, dove, ancora una volta, a primeggiare, sono stati gli slogan vuoti di coloro che, mai visti prima, inneggiano alla sicurezza e al cambiamento, e dalle scontate risposte dei soliti noti che da anni amministrano la città; una "città nell´abisso" grazie a chi da sessant´anni ci governa, grazie a chi ci governerà e grazie soprattutto a chi, nel mutismo, nella rassegnazione e nel falso pietismo, fa finta di non vedere. C´è bisogno di gente che sa fare e dare, c´è bisogno di gente che, mettendo il tornaconto personale da una parte, inizi a realizzare per il bene della Comunità.
Una Comunità che deve obbligatoriamente essere composta di Uomini veri e liberi. Il ripristino della vivibilità della nostra città passa imprescindibilmente per la riconquista degli spazi sociali basilari: piazze, strade, quartieri. Iniziare a riprenderci gli spazi dovuti, uscire nei parchi con le nostre famiglie e ripopolare il centro storico, perché questo torni ad essere "acropoli" nel senso pieno del termine. Sarebbe questo, oltre che un buon inizio, un passo necessario verso la conquista della "sicurezza organica" alla quale abbiamo diritto, oltre che un' ottima risposta a chi ci vorrebbe consumatori sordi e muti buoni solo a riempire i centri commerciali che ormai saturano e abbruttiscono il nostro territorio.
Scendere in strada quindi, vivere la nostra città, le sue strade e le sue piazze, far rinascere i rapporti comunitari fra i suoi cittadini che, in essa, dovrebbero naturalmente svilupparsi, è punto fondamentale per riconquistarla.
Di Fabio Polese, Associazione Culturale Tyr Perugia
Pubblicato su Free Press Perugia